La mostra di Evgeny Antufiev al Museo Salinas di Palermo, spiegata ai bambini

La mostra di Evgeny Antufiev al Museo Salinas di Palermo, spiegata ai bambini
Arte In Evidenza
articolo di Mercedes Auteri, mamma viaggiatrice e insegnante di Didattica per il Museo all’Accademia di Brera*

In questi giorni il mio piccolo Santiago ed io siamo stati a Palermo in occasione della Biennale Manifesta che si sta svolgendo a Palermo e durerà fino al 4 novembre 2018. La mostra che ci è piaciuta di più fa parte degli eventi collaterali (ma per noi è stata una delle principali folgorazioni), è stata promossa da un’importante fondazione di Reggio Emilia, la Collezione Maramotti, e l’abbiamo visitata insieme alla nostra amica Eleonora al Museo Salinas di Palermo. Lì ci sono temporaneamente esposte trentadue opere di un artista siberiano che ha un nome un poco difficile: Evgeny Antufiev (nato a Kyzyl, in Russia, nel 1986)! ma una teoria abbastanza facile sull’arte: per capirla non si può separarla dal suo tempo e dalla natura in cui vive e si radica. L’arte di ogni tempo diventa paesaggio stratificato per sempre, come le colonne romane o i templi greci, per esempio. L’arte è costruita nell’universo e ne diviene parte. Per questo la mostra s’intitola: “Quando l’arte è diventata parte del paesaggio”.
I pezzi esposti sono di materiali antichi come il legno e la terracotta e rappresentano animali, creature mostruose e simboli che evocano riti religiosi e pagani delle culture arcaiche ma che, in fondo, rappresentano le paure e il desiderio di protezione che prova l’uomo in ogni tempo.
Qualcuno ha pensato che questo poteva essere un bel guaio per la curatrice della mostra, Giusi Diana, che doveva mettere insieme cose nuove che sembrano antiche con cose antiche davvero molto antiche, senza confondere i visitatori. Eppure stavolta l’operazione è più che riuscita. E tutti i bambini (e anche i grandi) entrano al museo con una mappa che li aiuta a distinguere i circa trenta animali, le maschere, le creature e i mostri di Antufiev  di questo secolo da quelli storici e antichi di secoli e secoli. Una specie di mistero da decifrare, per piccoli esploratori e Indiana Jones.
Una delle cose più belle di questa mostra, infatti, è proprio che è realizzata dentro al museo più antico di tutta la Sicilia, il museo archeologico dedicato ad un importante studioso di antichità siciliano che si chiamava Antonio Salinas (il nucleo alla base della collezione risale al 1814) e che custodisce alcuni dei più preziosi reperti dell’isola. Da poco hanno restaurato il complesso dell’Olivella, un ex convento che lo ospita, e riordinato l’allestimento del museo (riaperto al pubblico nel 2016).
Il percorso comprende due chiostri del Seicento con le tartarughe e i pesciolini nella vasca, i papiri e i banani tutti intorno, e una nuova grande sala chiamata “agorà”, che in greco significa “piazza”, dove si affacciano le grandi teste di leone del tempio di Himera, insieme alla ricostruzione monumentale del frontone (la parte più alta della facciata) del Tempio C di Selinunte che era costituito da un gigantesco volto di una gorgone posta al centro (nel mito lei era una delle tre sorelle di aspetto mostruoso coi serpenti al posto dei capelli, le zanne di cinghiale al posto dei denti, e la linguaccia perennemente di fuori che faceva terrorizzare tutti). Più in là c’è l’accesso alla sala dove è custodita la famosa pietra nera di Palermo che viene dal Nilo ed è servita per tradurre i geroglifici degli egiziani e capirci finalmente qualcosa sulle dinastie dei faraoni più antichi. E c’è anche una tavola selinuntina che ci spiega bene la storia di Selinunte, questa antica e potente città della Sicilia fondata nel VII secolo a. C. e legata al mito del gigante Encelado, metà uomo e metà bestia, che la dea Atena sotterrò infondo all’isola (lui però respira ancora e ogni tanto è così arrabbiato che a volte il suo alito si trasforma in fuoco che esce dal vulcano Etna e, se si rotola, scatena terremoti).
Già una volta in questo museo era successo qualcosa del genere: in occasione del recente restauro sono venuti fuori quelli che un famoso storico, Theodor Mommsen, aveva definito in maniera dispregiativa i “pupazzi di Mastressa”, sculture che furono poi considerate capolavori di arte popolare ma che un contadino di Giardini Naxos aveva venduto alla fine dell’Ottocento come manufatti appartenenti ai tempi dei Siculi, prima scomparsi nei magazzini, poi di nuovo ripescati, per il loro valore storico e perché considerati “qualcosa di più che che le solite storie di falsi antiquari”, oggi esposti nella saletta accanto alla piacevole caffetteria del museo. Questo cosa significa? Che la storia di un museo come quella dell’arte è fatta di scoperte, errori, integrazioni.

Evgeny Antufiev ci insegna a guardare l’arte con occhi diversi, ci spiega che noi siamo contemporanei di tutta, assolutamente tutta, l’arte che ha visto la luce e si è conservata. Non ci sono estranei ma solo alcuni che sono arrivati prima e altri arrivati dopo. “Solo la nostra ostinata volontà di volerci sentire diversi da ciò che ci ha preceduto ci fa credere che esistano un’arte antica e una contemporanea. Forse esistono artisti morti e artisti viventi, l’arte, in fondo, è solo l’opera” ha detto e, Santiago ed io, conclusa la caccia all’intruso – già perfettamente integrato – non possiamo che dargli ragione.


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INFORMAZIONI

Evgeny Antufiev, When Art became part of the Landscape. Chapter I

A cura di Giusi Diana

MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE ANTONINO SALINAS

Piazza Olivella – Palermo – Sicilia

Dal 16/06/2018 – al 04/11/2018

Da martedì al sabato h. 9.30-18,30. Domenica e festivi: h. 9.30-13.30 chiuso il lunedì

Sito web: http://www.regione.sicilia.it/bbccaa/salinas/